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Foto dalla Pinacoteca

Graffiti di sogno - fotoelaborazione elettronica - 2002
Graffiti di sogno - fotoelaborazione elettronica - 2002

Alan, Nimr, Roy e gli altri ragazzi della quinta giornata del festival

Il sole è giunto a Torino per questa quinta giornata festivaliera, il volteggiare di sala in sala odierno ci ha permesso di vedere un documentario Codebreaker, tre film in concorso Alata, Joshua Tree, 1951: A portrait of James Dean e White Frog e gli ultimi sette cortometraggi in concorso.
Alle 14.15 nella sala Massimo 2 abbiamo potuto apprezzare il documentario Codebreaker, ricostruzione della vita di Alan Turing attraverso le testimonianze di parenti, collaboratori e studiosi delle sue opere. Documentario molto ben costruito che ci fa conoscere il suo geniale apporto alla nostra civiltà, fu, infatti, lui che gettò il seme per la realizzazione del computer pensando per primo al codice binario per dare istruzioni ad una macchina, fu uno dei primi a teorizzare l’intelligenza artificiale, trovò il modo di decifrare i messaggi criptati dei tedeschi, in particolare quelli della marina, durante la seconda guerra mondiale dando un decisivo apporto alla vittoria finale, diresse poi le sue attenzioni alla biomatematica ed altro ancora ma siccome omosessuale nel 1952 fu condannato dal governo inglese alla castrazione chimica, una riduzione della libido attraverso la somministrazione di estrogeni femminili con ripercussioni anche sulla concentrazione ma soprattutto con ripercussioni sulla sua fiducia nelle istituzioni Aufblasbare Hüpfburgen. Nel 1954 Alan Turing si suiciderà con una mela avvelenata, in omaggio a Biancaneve, e solo nel 2009 il governo inglese si scuserà con Turing pubblicamente, scuse tardive. Un buon documentario realizzato con testimonianze, materiale di archivio ed una ricostruzione filmica degli incontri dello scienziato con lo psicologo ed amico Gustav Guttmann.
Come indicano i cartelli “Le sale verranno svuotate dopo le proiezioni”, noi ci svuotiamo dalla sala 2 ed andiamo in coda alla sala 3 per vedere Alata (Out in the dark) di Michael Mayer, regista israeliano, che ci riporta a Tel Aviv per narrarci la storia dell’amore tra il palestinese Nimr ed l’israeliano Roy, i problemi interni al mondo musulmano ormai abbiamo imparato a conoscerli, se la famiglia scopre che sei gay diventi la vergogna della famiglia e ti uccidono se possono, come abbiamo già visto nel documentario  The invisible men la situazione dei gay palestinesi è particolare perché non possono trovare asilo in Israele in quanto palestinesi, si creerebbe un precedente per il ritorno, e possono solo vivere clandestinamente finché non riescono a ripiegare all’estero, nel film a questa situazione si aggiunge un servizio segreto israeliano, tra i più potenti al mondo, che sfrutta questa situazione per trovare palestinesi ricattabili ed usabili come spie. Nel film in particolare vediamo come Nimr, un brillante studente di psicologia, studia a Tel Aviv con un permesso temporaneo ma si ritrova invischiato nel conflitto a causa del fratello che nasconde armi in casa, i servizi segreti gli revocano il permesso fino a quando non collaborerà e se non lo fa riveleranno alla famiglia che è gay. La famiglia lo scopre comunque e Nimr è costretto a fuggire ed a chiedere l’aiuto di Roy. Un film molto ben fatto che ha già raccolto diversi premi in vari festival, che ci immerge ancora una volta in un clima di impotenza che circonda il nostro essere spettatori e non attori di questi problemi. Ottimi gli interpreti, buona la sceneggiatura e la regia che ci fa immergere dentro le scene vivendo in prima persona le vicissitudini dei protagonisti.
Un po’ con l’amaro in bocca facciamo ritorno in sala 3 sperando che in corti che ci risollevino il morale.
L’ultima tranche dei corti in concorso è al di sotto delle aspettative tra i sette corti visti salviamo solo il secondo The eyes and the Ice che ci mostra come la differenza di età in un rapporto a volte porta a non capire l’altro. In questo caso qualcosa nel ghiaccio che somiglia ad un occhio suscita l’immediata curiosità di un ragazzo non è così nel più maturo compagno che liquida sbrigativamente la faccenda. Per il giovane però è importante tanto da andare a scavare nella notte il ghiaccio per tirar fuori quel che vi è dentro, l’uomo accortosene non capisce che vi è un’età in cui la curiosità ed il misterioso esercitano un forte richiamo ed anche il ragazzo a questo punto capisce che qualcosa non va nel suo rapporto.
Tra gli altri corti segnaliamo per l’insensatezza e la desolante trama Chaser, per capire cosa accade dobbiamo leggerne la sintesi sul programma e già questo la dice lunga su quanto fosse fatto male questo cortometraggio poi è desolante vedere come un uomo per reprimere un istinto paterno, passaggio chiaro solo nella mente del regista, debba andare ad un’orgia che già ci sembra alquanto insensato, se poi vi aggiungiamo che in quest’orgia non si usano preservativi ne abbiano  anche un messaggio fortemente diseducativo. Il tutto senza una reale motivazione dell’agire del protagonista, negativo sotto tutti i punti di vista.
Per gli ultimi due film della giornata ci spostiamo nella sala Massimo 1, alle 20.30 vediamo Joshua Tree, 1951: A portrait of James Dean ovvero la vita di James Dean prima di diventare famoso. Storia di sesso, tanto, e amore, solo uno per il compagno di stanza, girato in bianco e nero, molto bella la fotografia, bella l’ambientazione del deserto e quell’atmosfera che rievoca i film anni 50 peccato che ad una così bella confezione non risponda un contenuto altrettanto bello. Il film, infatti, diventa noioso, senza un briciolo di vita ci riempie gli occhi ma non il cuore, belle le citazioni di Rimbaud e del Piccolo Principe ma anche queste finiscono per diventare solo fini a se stesse nel deserto che le circonda.
Ultimo film della giornata è White Frog di Quentin Lee, storia di due fratelli, Chaz e Nick, di cui il secondo affetto dalla sindrome di Asperger che non gli consente di avere normali rapporti sociali e legatissimo al fratello più grande. La morte di Chaz lo porterà alla ricerca di aspetti del fratello che non conosceva tra i quali la sua omosessualità.
Il film è commovente e risponde ai canoni classici del film americano, ed infatti è l’unico tra quelli visti sino ad ora che potrebbe avere una distribuzione commerciale in Italia, pieno di buoni sentimenti con l’armonia iniziale distrutta dalla morte del ragazzo e poi la scoperta dell’omosessualità, il conflitto ed infine lacrime finali ed abbraccio collettivo.
Il film non è brutto ma poteva essere un po’ meno banale e scontato in cui però, e questo ci teniamo a sottolinearlo,  il messaggio positivo, siamo tutti diversi,  può arrivare a tutti.
Come visto nella giornata odierna si aggiunge ai possibili vincitori, dopo Five Dances e Monster Pies anche Alata, mentre tra i cortometraggi, a nostro parere, la corsa è solo tra La maison vide e Holden.

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